Per la traduzione di Casa con mezzanino si è scelto di utilizzare una strategia traduttiva mirata a conservare le peculiarità dello stile di Anton Čehov. Parliamo ad esempio della punteggiatura; spesso l'autore predilige l'utilizzo della virgola alla congiunzione:
«Per ore intere guardavo dalle mie finestre il cielo, gli uccelli, i vialetti, leggevo tutto quello che mi portavano dalla posta, dormivo».
«Una di loro, la maggiore, esile, pallida, molto bella, con una chioma di folti capelli castani, con una piccola bocca ostinata, aveva un’espressione severa e mi degnò a malapena di uno sguardo».
La virgola si ripresenta nel racconto anche in un'altra forma, piuttosto inconsueta; viene utilizzata come inciso con il verbo sembrare:
«[...] durante i temporali tutta la casa tremava e, sembrava, cadeva a pezzi [...]».
«[...] la cara, ingenua, vecchia casa che, sembrava, mi guardava con le finestre del suo mezzanino [...]».
Altro segno stilistico distintivo è il trattino, che ricorre più volte nel testo:
«Fu sei-sette anni fa [...]».
«Di fretta, parlando ad alta voce, ricevette due-tre malati [...]».
«[...] una giornata lunga-lunga [...]».
Lo stile è semplice e pulito, le descrizioni precise e dettagliate, un turbinìo di colori, suoni, odori e forme che abbiamo cercato di mantenere con una traduzione più filologica possibile.
Passiamo ora al contenuto. Nelle opere di Čehov si trova spesso il contrasto tra operosità e ozio, un'opposizione tra una visione prosaica e poetica del mondo. È anche uno dei temi di questo racconto. La presenza di questo tema è evidente. L'Io narrante, paesaggista, descrive il proprio ozio con rassegnato compiacimento:
«Condannato dalla sorte al continuo ozio, non facevo decisamente nulla. Per ore intere guardavo dalle mie finestre il cielo, gli uccelli, i vialetti, leggevo tutto quello che mi portavano dalla posta, dormivo. A volte uscivo di casa e fino a tarda sera passeggiavo senza meta». Condannato dalla sorte al continuo ozio, non facevo decisamente nulla. Per ore intere guardavo dalle mie finestre il cielo, gli uccelli, i vialetti, leggevo tutto quello che mi portavano dalla posta, dormivo. A volte uscivo di casa e fino a tarda sera passeggiavo senza meta.
Una volta, mentre tornavo a casa, senza volere mi ritrovai in un podere che non conoscevo. Il sole si stava già nascondendo, e sulla segale in fiore si distendevano le ombre della sera. Due file di abeti vecchi, piantati uno vicino all’altro, molto alti, si ergevano come due muri continui, formando un vialetto scuro, bello. Varcai con facilità la siepe e m'incamminai per questo vialetto, scivolando sugli aghi d'abete che coprivano il terreno per qualche centimetro. Era silenzioso, buio, e solo in alto sulle cime degli alberi tremolava qua e là una luce chiara dorata che si rifletteva sulle ragnatele formando un arcobaleno. Forte, fin soffocante era l'odore degli aghi. Poi svoltai in un lungo vialetto di tigli.Anche qui desolazione e vecchiaia; il fogliame dell’anno passato frusciava con tristezza sotto i piedi e al crepuscolo le ombre si nascondevano tra gli alberi. A destra, nel vecchio frutteto, di malavoglia, con voce flebile cantava un rigogolo, anche lui vecchio, probabilmente. Ma ecco che finirono anche i tigli; passai accanto a una casa bianca con un terrazzo e un mezzanino, e davanti a me d'un tratto si rivelò una vista sul cortile padronale e su un ampio laghetto con una kupal'nâ, con una distesa di salici verdi, con un paesino sull’altra riva, con un campanile alto e stretto, sul quale ardeva una croce, riflettendo il sole che tramontava. Per un momento mi avvolse l'incanto di qualcosa di caro[...]